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Punta Veleno(Prada Alta) -da Assenza di Brenzone PDF Stampa Email
Scritto da fabri   
Sabato 07 Agosto 2010 12:06

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Località di partenza:
Assenza di Brenzone (VR) mt 75
Località di arrivo:
Punta Veleno - Prada Monte Baldo, mt 1156
Lunghezza:
km. 10,4
Dislivello:
mt. 1091
Pendenza media:
10,5 %
Pendenza max. rilevata (riferita a tratti di 100 mt):
20%
Stato del manto stradale:
Dissestato
Data della ricognizione:
12 aprile 2002


La salita nel dettaglio

Tra le salite più ostiche in Italia, quella che porta al Passo del Telegrafo, sulla riva veneta del Lago di Garda, è stata soprannominata dai locali come "Punta Veleno". Il perchè lo scoprirete presto leggendo questo bel racconto sulla scalata dell'amico Mauro Melani, appassionato salitomane toscano di Pistoia, che  l'ha recentemente percorsa e mi ha gentilmente inviato la sua relazione tecnica:  per altre informazioni più dettagliate potete contattarlo direttamente al suo indirizzo di posta (Mauro Melani)

Cari amici salitomani, tenterò di raccontarvi un’impresa ai limiti del verosimile: la scalata al Colle di Prada Alta da Castello di Brenzone sul Lago di Garda. Questa salita è considerata dalle classifiche in materia la salita più difficile in Italia e la quinta in tutta Europa. E’ lunga una decina di chilometri., sei dei quali, dal secondo all’ottavo, con una pendenza media del 14.6% e tratti al 18/20/22%. Come mio solito avevo preparato l’avventura in modo scrupoloso e preciso: cartine, altimetrie, percentuali giravano ormai da mesi sul mio tavolo di lavoro, e non avevo lesinato richieste di pareri a cicloamatori amici e club vari, vicini e lontani.
Avevo scomodato persino le ProLoco della zona, ma non tanto per trovare una buona sistemazione,ma per chiedere se qualche "malato" come noi aveva di recente tentato quella disperata impresa. Nella mia carriera di "grimpeur" avevo affrontato e superato numerose salite: da quelle corte e terribili che si trovano spesso sulle colline vicino a Pistoia, la mia città, a quelle lunghe e sfiancanti come il Mortirolo, il Fedaia da Malga Ciapela e il San Pellegrino in Alpe da Castelnuovo Garfagnana.Ormai da mesi studiavo le mappe e verificavo le altimetrie relative ai vari passaggi percentuali.
Quella "salita" l’avevo ormai fatta e rifatta nella mia immaginazione 10, 100, 1000 volte, e ne conoscevo tutte le insidie e le difficoltà più recondite, pur senza averla mai effettivamente pedalata. Sono un sognatore che con gli occhi aperti vive e rivive certi momenti con il cuore gonfio di aspettative e la mente concentrata al massimo sull’obiettivo: come dicono gli spagnoli "cabeza fria e coraçon caliente".
Avevo coinvolto nell’avventura un amico che, come me, si ciba di pane e salita, e insieme avevamo deciso la data del tentativo: 12 aprile 2002. Partiamo in una giornata nera e piovosa, sperando in un cambiamento delle condizioni del tempo che ci consentisse l’approccio a quel "moloch" che si specchia sul Garda. Mogli e figli, ostaggi, loro malgrado, della nostra intraprendenza, si rassegnarono ad un week-end grigio e noioso. Il panorama del lago, anche e soprattutto con tempo piovoso, è sempre affascinante e anche questa volta, al nostro arrivo, abbiamo potuto apprezzare sia la ormai famosa tristezza della "naturale" scenografia, sia quell’ambiente malinconico ma sereno che è l’ideale per la vigilia di un’avventura "senza ritorno". Albergo squalliduccio, ancorché denso di presenze teutoniche, che in ogni periodo dell’anno sciamano da una parte all’altra della nostra penisola. Cena e a letto? Neanche per sogno! Ci venne in mente di andare a dare un’occhiata alla salita, e mentre la pioggia diventava grandine, ci avventurammo su per… l’inferno. La prima vera rampa della salita, roba al 15%, esaltata dal buio e dalla pioggia battente, ci suggerì immediatamente una parola: IMPOSSIBILE! La strada, letteralmente sbriciolata dalle frequenti gelate dell’inverno, assomigliava a un torrente, e le curve strettissime (conteremo 20 tornanti prima di scollettare) consentivano a mala pena la sterzata alla macchina. Avvertivo una sensazione strana, mai provata fino ad allora, un misto di impotenza e rabbia, di sconfitta e voglia di non gettare la spugna prima di cominciare a combattere. Il mio coequipier, troppo affrettatamente, decise di sventolare bandiera bianca e mi comunicò che l’indomani non sarebbe stato della partita. Decidemmo, senza ulteriori commenti, di andare a dormire e sperare che la notte ci portasse "consiglio". In effetti la notte passò. Il gran giorno, atteso da mesi, era arrivato ma la pioggia insisteva imperterrita a picchiare sui vetri delle finestre del nostro alberguccio, lasciandoci costernati in preda alla sensazione di debacle. Le insistenze di Andrea, questo il nome del mio compagno di avventura, mi convinsero a mordere il freno: "…aspettiamo ancora un po’…, vediamo se almeno la pioggia ci dà una tregua…"

La nostra colazione fu affatto abbondante: non dovevamo affrontare lo Stelvio. Rimanere più leggeri possibile era un imperativo categorico! La pioggia martellava la tranquilla superficie del lago, e le speranze diminuivano come i granelli di sabbia nei nostri pugni serrati dalla rabbia. A volte, però… Sembra l’inizio di una favola, invece è vero: a volte i miracoli accadono! Si alzò il vento, e come un enorme sipario il lago lasciò trasparire da uno squarcio nelle nubi un arcobaleno che, senza ombra di dubbio, era il segnale tanto atteso: finalmente si poteva andare! Dopo una ventina di chilometri di riscaldamento sulla statale Gardesana, fra pulmans di turisti e qualche sparuto gruppetto di cicloamatori impenitenti, decidemmo che era ora! Ripercorremmo le poche centinaia di metri che ci separavano dall’attacco del Prada Alta e ci facemmo superare dalla macchina al seguito, con le nostre mogli e figli che avevano il compito di documentare quello che sarebbe accaduto…

Via via che la strada scorreva sotto le nostre ruote superleggere, ci ripetevamo a vicenda il solito ritornello: "Piano…, di conserva…, risparmiamoci più possibile…" In un paio di chilometri arrivammo al primo tornante, che appena superato ci mostrò di colpo tutta la terribile realtà che ci aspettava: la prima di una lunga serie di rampe al 16-17%. I rapporti agili (28-29x39) che avevamo innestato da subito cominciarono a farsi duri da tirare, poi durissimi, impossibili da spingere seduti, e anche "fuori sella", a causa dell’asfalto viscido, dovevamo compiere vere acrobazie per non cadere rovinosamente a terra. Ci alzammo comunque "en danceuse", per gravare con tutto il peso del nostro corpo sulle pedivelle delle bici, e riuscire così a farle girare. Il fiato cominciò a farsi corto e la dispnea ci impediva di essere pienamente lucidi. Lucida era invece la strada, ancora bagnata dai numerosi rivoli di acqua mista a fango che scendeva dalla montagna sopra di noi. Alzare la testa, in quelle tremende tirate, era da suicidio! Vedere quei dirizzoni, fra un tornante e l’altro, salire al 17/18%, senza soluzione di continuità, contribuiva a peggiorare il nostro stato d’animo. In quelle situazioni non servono le gambe, già martoriate dall’acido lattico, non i polmoni ormai sfiancati dalle pendenze, non le braccia indolenzite dallo sforzo per rimanere attaccate alla piega del manubrio. Serve solo la capacità di soffrire in silenzio.

In questi casi il grado di masochismo è direttamente proporzionale alle percentuali di difficoltà dell’ascesa: soffrire prima per godere poi, oppure chi + soffre + più gode. Quando, dopo 4 o 5 chilometri di "tirate alla morte" e "tornanti secchi", non si intravede la fine della salita si comincia veramente a temere di non farcela, a pensare che "un piede a terra" non è poi la fine del mondo. Si ragiona secondo questa logica: "faccio un’altra tirata e mi fermo; ancora una curva e smetto; qualche centinaio di metri e poi basta!"

E’ in questo modo si riesce ad andare avanti, che si progredisce verso la vetta dell’inferno. Anche se con una differenza di qualche minuto l’uno dall’altro, siamo finalmente arrivati. Sì , arrivati in tutti i sensi, morti, distrutti, squassati dalla fatica e dal sudore. I sei chilometri centrali di Prada Alta sono veramente unici nel panorama delle salite italiane ma anche europee. In cima un urlo liberatorio ci appaga dello sforzo immane e ci abbracciamo tutti insieme, pedalatori, donne e bambini, questi ultimi increduli di vedere rinascere così gente ormai data per spacciata, già diversi tornanti sotto.

Abbracciamo anche un cicloamatore che con la sua MTB ci confessa di essere sceso parecchie volte, prima di arrivare in vetta. Ci godiamo come non mai la lunga discesa che ci riporta sulla Gardesana, e ormai vuoti di energie e riserve alimentari ci precipitiamo verso l’alberguccio che ora ci appare quasi un miraggio, un Hilton a 5 stelle. Dopo pranzo, una delle attività più esaltanti per un cicloamatore: il ricordo dell’impresa appena superata, il racconto e la sottolineatura delle sensazioni, vissute metro per metro, provate lungo l’asperità. E’ solo questo che riempie il cuore del vero "grimpeur": assaporare, come si fa con il calice di un grande vino, tutti i sapori, gli aromi, i colori che lo accompagnano. E tutte quelle sfumature, quelle "nuances" si riflettono sullo specchio di quell’asfalto che solo per i profani è grigio e freddo: per noi, amanti della bicicletta, ha i colori dell’arcobaleno.

 Mauro Melani

 

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Ultimo aggiornamento Sabato 07 Agosto 2010 12:21
 

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